Visite e attese

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Status: In Progress  |  Genre: Fantasy  |  House: Booksie Classic


Una visionaria e metaforica visita ginecologica di una ragazza in un ospedale pubblico del sud italia

Submitted: May 17, 2018

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Submitted: May 17, 2018

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SOGNO L’amore riposa sul ventre materno tra linee sinuose e umidità di donna. Odore di donna, virilità nascosta. Stordisce precoce fessure di vita.

*** *** *** *** *** *** *** Sto aspettando da ore il professore Vigana. La sala è grigia con pavimenti nocciola, le sedie arancioni. Gli schiamazzi di donne gravide sminuiscono la paura, ma s’insinuano lenti nei miei ormoni negligenti. Sulla fila di fronte si susseguono in ordine decrescente pance tonde ed amabili come panettoni, tutte avvolte in golf attillati d’angora gialla, rosa e bluastra e sfilate di fedi al dito a legare l’onore e il rispetto. Mi sorride qualcuno con saggezza distante e non vede la fede nella mie mani, mi domandano tutti:

- Lei è signorina?

Mi esce un tiepido “si”. E un dolore m’investe il bacino. Sto curvata con occhi insoliti.

Esce una donna bassa in bianco con gli occhi truccatissimi, chiama la prossima. Ha una voce sgradevole, vissuta ma sgradevole…di quelle voci dal tatto ruvido e mi raschia dritta sullo sterno.

Tocca a me.

Mi sollevo con una strana tristezza e le mie mani sottili si chiudono intrecciando il vestitino a fiori blu.

La stanza è piccola con una finestra enorme, mi sfonda un sole feroce di giugno e le pupille diventano spilli implacabili. Ora sono gli occhi il mio passaggio obbligato. I miei, quelli dell’infermiera, del dottore, della finestra infuocata e tutti gli altri dietro la porta. Rapide domande sui miei dati anagrafici e un lineare: La signorina è visitabile? Dico si con la testa.

- Si spogli

Come un rituale stanco in cui il sacrificato è l’unico a sorprendersi. Tutto il resto trasuda abitudine.

- Si sieda qui, no più in basso, ancora...scivoli, scivoli un altro pò!

E il mio punto di vista si colora di nuove prospettive, una diversa angolazione… ed il mondo acquista un orizzonte che ha per punti cardinali le mie gambe. Spalancate verso una virtù nuova. Un odore lattiginoso mi trapassa, abbracciando pistole di vetro che mi agganciano dentro sottraendo il mio umore. E silenzio intorno. Sento solo i respiri all’unisono, ma il mio attraversa fluttuazioni d’assenza. - Non si deve muovere così! Perché sta storta?

- Ho paura E i suoi occhi cerulei annuiscono, consapevoli di abitudini che ignoro.

Con le mani di lattice mi rispedisce al mondo, orientandosi a stento nei tessuti sensuali.

Preme sul basso ventre. Più forte. A destra. Sinistra. E ancora destra. Seziona l’utero con la delicatezza di uno zio insolente.

L’infermiera si prodiga in irritanti gesti d’aiuto. M’infastidisce la sua finta familiarità col mio essere donna. Poi mi serve occhi lunghi da madre. Ma non è la mia. E non ha i suoi colori. Non conosce i miei occhi e il suo rimmel non basta. Contrazione improvvisa. Ritrazione veloce.

E milioni di mani escono dalla mia vita.

E mi sfiora il ricordo del mio primo tuffo dallo scoglio più alto, il terrore di immergersi ed un’estasi liquida al ritorno tra i capelli pesanti e le palpebre strizzate.

- Si rivesta.


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