Quella sensazione.

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Status: Finished  |  Genre: Poetry  |  House: Booksie Classic
Le sensazioni a volte hanno il sopravvento, ci investono e travolgono, divorano.

Submitted: September 02, 2017

A A A | A A A

Submitted: September 02, 2017

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La scrosciante pioggia incessante cade. Tante minute gocce, che volano nel gelido vento, si schiantano come dolci proiettili, si frantumano dando vita a mille altre, si riuniscono in un fiume grondante.

La testa, l’orizzonte di un uomo disteso sopra di un vinile impazzito, mi sento così scosso, sono senza forze. Cosa è giusto? Cosa è falso? Stringe acre sulle meningi come una corona di spine, come un serpente che fa del mio mondo la sua preda.

Gli occhi, vedo solo bianco, no non è vero, sento il sangue scorrermi nelle vene del cervello e tutto sfuma: un televisore senza antenna, quel suono graffiante e vuoto, grigio-bianco, e pixel amari e rancidi davanti alla retina.

Dov’è la terra? Perdo l’equilibrio, assisto alla mia caduta con un fischio perforante nei timpani. Il pavimento è duro, farà male, tanto male, pochi centimetri, tanto dolorosi, come quelli di due labbra separate da chissà quale volontà.

Arriva, lo sento arriva, eccolo, sul ginocchio, sul fianco, e infine la testa. Fa male, che male.

Il pavimento è freddo, tanti brividi, un angolo di universo dimenticato dal sole e dalle stelle, da qualsiasi compagnia e divinità. Fa male alle ossa, allo stomaco.

Vorrei rialzarmi. Fisso il soffitto, una sequenza indistinta di microscopici punti di vernice ruvida e puzzolente: un piano nello spazio privo di sentimenti, un foglio sfrega denti, una pagina tagliente, una tela ispida, uno spartito scivoloso... prima che l’artista lo abbia ancora trovato. Come in un abbraccio i due creano qualcosa di unico e nuovo: dal nulla la vita, dal nulla un universo.

Vorrei rialzarmi, ma non mi sento le mani, i piedi, le braccia, le gambe: una paralisi che parte dal pensiero di questo dolore che trafigge le tempie, questo tedio, quella vocina che dice “Non sarebbe divertente uscire e cercare una rissa? Non sarebbe bello sbattere la testa contro un muro? Non ti va più? Sicuro?”.

Il fiato viene meno al contatto della mia pelle con il pavimento gelido e liscio. Il soffitto mi dà le vertigini, non riesco a metterlo a fuoco, ci sono tanti puntini, tanti, troppi. Perché così tanti? Perché non riesco a vederli tutti in una volta? Se mi togliessi gli occhi dalle orbite potrei vederli tutti? Potrei vedere il buco dietro la mia testa per dirmi effettivamente che non esiste?

Gira tutto, tutto, come in un tornado, le pareti si sradicano, volano via, il soffitto si scoperchia, il pavimento, è come inclinato, rotolo da un lato. Mi aggrappo con le mani al pavimento immobile e lotto per non scivolare nel baratro preda di quella misteriosa forza che mi tira per il bacino. Non è la gravità no, le mie mani scivolano impotenti sul pavimento, ne percepisco la polvere e i pori, mentre lentamente il buio mi tira sé.

Sempre più forte, è un buco nero, inarrestabile. No, non ora, non ancora. Andarci non mi aiuta, andarci non aiuta.

Mi trascino lentamente sulla pancia, raggiungo la porta di camera mia, mi aggrappo al battiscopa, che però sembra non reggermi. Piego le ginocchia, pronto allo sprint, mi premono sullo stomaco. Ci sono.

Le braccia e le falangi prendono fuoco nello sforzo e anche la porta freme di dolore, le ginocchia dure che si distendono improvvisamente mi battono sui polmoni svuotandoli di aria arida e marcescente e ribaltandomi lo stomaco vuoto, ma ce l’ho fatta. Mi aggrappo lentamente alla porta e mi metto in piedi, anche questa volta.

ENGLISH VERSION:

 

The pounding rain falls incessantly. Lots of tiny droplets, that fly in the icy wind, they clash like sweet projectiles, they burst giving life to a thousand others, they reunite and merge into a dripping river.

The head, the horizon of a man laid on the back of a vinyl LP, I feel so dizzy, I’m emptied of any strength.
What is wrong? What is right? It embraces my meninges acridly like a crown of thorns, like a serpent that makes of my world his own prey.

The eyes, I only see white, no that’s a lie, I feel the blood rushing through the veins of my brain and everything fades: a screen without cable, that screeching sound and empty, grey-white, and bitter and rancid pixels in front of the retina.

Where is the ground? I lose my balance, I witness my fall with a piercing whistle in my eardrums. The floor is hard, it will hurt, a lot, just a few centimetres, such painful ones, like those who segregate two lips according to who-knows-what will.

I feel it, it’s coming, there it is, on the knee, on the waist, and eventually the head. It’s painful, so painful.

The floor is cold, so many shivers, a corner of the universe forsaken by the sun and the stars, by any company or deity. It hurts in the bones, in the stomach.

I look at the ceiling, an indistinct sequence of microscopical dots of rough and stinky paint: a plane in space deprived of any sentiment, a teeth-grinding sheet, a sharp page, a thorny canvas, a slippery score… before the artist finds. An embrace in which the two of them generate something unique and new: from nothing life, from nothing a universe.

I’d like to get up, but I don’t feel my hands, my feet, my arms, my legs: a paralysis that begins in the thought of this pain that impales my temples, this tedium, that tiny voice that says “Wouldn’t it be great to go out and get in a fight? Wouldn’t it be fun to smash your head against a wall? Are you sure you don’t long for it anymore? You sure?”

I’m going out of breath each time my skin touched the gelid and smooth floor. The ceiling makes my head whirl, I can’t focus, there are so many dots, loads, to many. Why so many? Why can’t I see all of them at the same time? If I got my eyes out of my orbits could I see all of them? Could I see the hole behind my head to tell me that actually it is not there?

Everything spins, everything, like a tornado, walls are eradicated, fly away, the ceiling gets uncapped, the floor is like tilted, I start rolling on one side. I grasp with my hands the still floor and I fight not to slip inside of the abyss preyed by that mysterious force that pulls me by the waist. It is no gravity, my hands slide on the floor, powerless, I feel its dust and pores while the darkness pulls me in.

Stronger, it’s a black hole, you can’t stop it. Not now, not yet. Going in does not help me, going in does not help.

I drag myself on my belly, I reach the door of my room, I grasp the baseboard, though it does not seem to support me. I bend my knees, ready to sprint, they push on my stomach. I’m ready.

The arms and the phalanges burst in fire for the effort and the door screeches of pain, the knees hard that abruptly relax hit my lungs emptying them of arid and spoiled air and flipping my empty stomach, but I did it. I hold myself to the door and I raise myself, another time.


© Copyright 2019 Mazier M.T.. All rights reserved.

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